Leggende di alcune regioni d'Italia

 

Canzoni Siciliane - Tarantella Siciliana (Scacciapensieri)

 

Le Colline Metallifere-Toscana

Un giorno il diavolo, in una delle sue escursioni per il mondo, in cerca di anime da portare all'inferno, arrivò sulle Colline Metallifere e si guardò attorno.
«Non c'è nulla, qui, per me?».
Tutta brava gente laboriosa!
Coglievano castagne e cacciavano cinghiali nelle selve, dissodavano con l'aratro la terra rossa; i butteri conducevano i buoi al pascolo o scavavano la terra in cerca di torba.
«Peuh!» disse il diavolo indignato «sono poveri e non rubano neppure!».
Allora pensò di vendicarsi. 
«Porterò io un po' d'inferno in questa terra benedetta» decise.
Sprofondò sottoterra e cominciò a soffiare.
«Che cosa succede ora?» si domandavano spaventati gli abitanti.
Dalla terra uscivano spruzzi d'acqua bollente, sibilava il vapore, fiumi puzzolenti toglievano il respiro... una nube opaca ottenebrava l'aria.
«Noi non abbiamo fatto niente di male... non dobbiamo temere niente!» conclusero finalmente gli abitanti. «Se Dio l'ha permesso, anche questo strano fenomeno servirà a qualcosa». E pacifici si rimisero al lavoro.
Ma poi pensarono che forse si poteva utilizzare anche un così strano fenomeno della natura.
Fabbricarono delle grosse cupole in muratura che coprivano i soffioni imbrigliandone così il vapore, e ne ricavarono l'acido borico.
Quando il diavolo vide che quella gente straordinaria, dalle sorgenti d'inferno traeva ricchezze, sprofondò con un urlo di rabbia nel suo regno.
Ma i soffioni rimasero, con le centrali elettriche a cui danno vita, e le fabbriche che sorgono sempre più numerose nei dintorni sembrano innalzare un inno ai prodigi del lavoro e della tecnica umana.
LUIS SCHENK 2000/2001

Il Colle Palatino-Lazio
 

 La battaglia infuriava sulle rive del Tevere. Turno, re dei Rutuli, uomo assai forte, combatteva contro le forze di Enea e dei Latini, minacciando morte e rovina all' eroe troiano e ai suoi alleati.
Improvvisamente gli si fece incontro un giovanetto bello e ardito, armato di una lunga asta di frassino, ferrata sulla punta. «Fatti indietro, fanciullo» gridò Turno infuriato «se non vuoi che io ti trapassi con la mia lancia! Questa non è una battaglia per ragazzi».
 Ma Pallante, il giovane guerriero, infiammato d'amore per la sua terra, gli lanciò contro senza paura la sua arma, con tutta la forza dell'entusiasmo giovanile, sicuro di colpire a morte il feroce guerriero.
L'asta rimbalzò sullo scudo del nemico e cadde a terra rompendosi in più pezzi. Subito Turno scagliò la sua arma, ben più possente, che trapassò lo scudo e ferì a morte il giovanetto, colpendolo al cuore. Finita la battaglia, Evandro, il padre di Pallante, depose la salma del figlio in una tomba scavata nella roccia e vi pose accanto una lampada accesa. Chiuse la sepoltura e piantò dei cespugli di corbezzolo sul tumulo, perché nessuno potesse trovare la tomba e violare il riposo di Pallante.
Passarono i secoli. Sorse e fiorì la potenza di Roma, e successivamente i barbari invasero la nostra terra, mettendo tutto a ferro e fuoco.
Un giorno, cercando tesori nascosti, alcuni guerrieri barbari strapparono i corbezzoli che coprivano l'antica tomba e aprirono la sepoltura. Rimasero di sasso. La lampada ardeva ancora, dopo tanti secoli, presso il corpo intatto del giovinetto morto per la libertà della sua patria.
Presi da grande terrore e riverenza, i predoni riposero la lampada al suo posto e richiusero la tomba senza toccare nulla.
Questa fiamma, affermano i Romani, continua ancora a splendere nelle viscere del Colle Palatino, quale segno vivente della civiltà latina.
ALEX SENONER 2000/2001

La nave carica di grano-Campania

Molti e molti anni fa, a Castellammare di Stabia ci fu una terribile carestia. Gli abitanti, disperati, pregarono il loro patrono, san Catello, di aiutarli in qualche modo. Proprio in quei giorni, una nave carica di grano si trovò a navigare lentamente, al largo delle coste campane, diretta verso i mercati spagnoli. «Una barca in vista!» gridò a un tratto il marinaio di vedetta. Su una barchetta, che si stava avvicinando alla nave, c'era solo un vecchio dall' aspetto venerando che chiese di parlare al capitano. Fu condotto alla sua presenza. « Portate il vostro grano a Castellammare di Stabia» gli consigliò «là lo venderete assai bene. Come pegno, vi lascio questo». E gli consegnò un anello con un bellissimo diamante, allontanandosi subito dopo. 
Il capitano finì per seguire il consiglio dello sconosciuto considerando anche che, se veramente avesse potuto vendere il grano a Castellammare, avrebbe abbreviato di gran lunga il viaggio.
A Castellammare fu accolto come un salvatore e il suo grano venne acquistato all' istante dagli abitanti.
Lieto dei buoni affari conclusi, il capitano descrisse a tutti la figura del vecchio che l' aveva consigliato. Voleva andare a ringraziarlo e a restituirgli l' anello.
Nessuno ne sapeva nulla. Finalmente un popolano esclamò: «Ma dalla descrizione sembra san Catello, il nostro santo protettore! Venite a vederlo!» Allora il capitano fu condotto in chiesa davanti alla statua del santo vescovo. «Ma è proprio lui!» gridò stupito il capitano. «Gli manca l'anello vescovile...» osservò qualcuno.
«È forse questo? L' aveva dato a me!».
E il mercante, commosso, rimise al dito del santo l' anello che aveva avuto in pegno.
San Catello aveva salvato la sua città dalla carestia evitando fame e miseria con un semplice e meraviglioso miracolo.
Chantal Galli, 2000/01

La pianta mutilata-Calabria

Narrano i cantastorie calabresi che ci fu un tempo remoto in cui la vite era una semplice pianta ornamentale: non produceva né fiori né tanto meno frutti.
Venne la primavera e il contadino decise di tagliarla: «Questa pianta dà ombra ai seminati» disse «la ridurrò più piccola che sia possibile».
Detto fatto: il contadino la potò così energicamente che della verde pianta non rimasero che pochi rami nudi e corti.
La vite pianse e un usignolo ebbe pietà di lei: «Non piangere» disse «io canterò per te, e le stelle si muoveranno a compassione».
Volò sui poveri rami tronchi, vi si afferrò con le zampette e, giunta la notte, cominciò a cantare tanto dolcemente che la vite si sentì via via rinascere.
Per dieci notti, le note trillanti salirono verso le stelle, finché esse si commossero e fecero discendere un po' della loro forza sulla povera piantamutilata.
Allora la vite sentì scorrere in sé una linfa nuova; i suoi nodi si gonfiarono, le sue gemme si aprirono. I primi pàmpini verdi fremettero alla brezza, e tenui riccioli verdi, i viticci, si allungarono per avvolgersi come una delicata carezza intorno alle zampine dell'uccellino.
Quando l'usignolo volò via, già gli acini del primo racimolo cominciavano a dorarsi alla luce dell'alba.
La vite era diventata una pianta fruttifera. E che pianta! Il suo frutto possedeva la forza delle stelle, la dolcezza del canto dell'usignolo, la luminosa letizia delle notti estive.
Se andrete in Calabria, vedrete queste piante: ceppo basso con grossi tralci aggrovigliati a fior di terra, tralci ricchi di verdi pàmpini.
LUIS SCHENK 2000/2001
 

 

Alle falde del Monte Etna-Sicilia
 

Anfipione e Anapia vivevano felici, con il padre e la madre, alle falde del Monte Etna. Intorno alla loro ricca casa c'era la fertile terra, dalla quale si riuscivano a ricavare due raccolti l'anno.
La loro vita scorreva tranquilla ...
Ma una notte il vulcano si destò. Boati spaventosi atterrirono gli abitanti delle valli; all'alba, un fumo nero coprì il cielo oscurando il sole. Poi il cratere iniziò a eruttare lapilli infuocati.
Quando la lava cominciò a scendere come un fiume di fuoco verso l'abitato, ciascuno si mise in salvo, portando con sé le cose più preziose e quelle più care.
Anche Anfipione e Anapia fuggirono con i genitori. Ma ben presto padre e madre, che erano vecchi e infermi, non ebbero più la capacità di proseguire con le loro forze. Intanto la lava s'avvicinava, bruciando tutto al suo passaggio: le case rovinavano, si faceva tutt'intorno un deserto di pietra.
«Fuggite, figlioli, salvatevi almeno voi !» gridarono i due vecchi.
I due fratelli, invece, per nulla badando agli incitamenti dei genitori, se li caricarono sulle spalle e ripresero faticosamente il cammino. Ma la colata di lava era inesorabilmente più rapida del loro passo.
«Fuggite o sarete perduti ... Non vedete che stiamo per essere circondati? Voi due, da soli, potete ancora salvarvi ...» implorarono per la seconda volta i generosi vecchi.
Ma i due giovani non rinunciarono al loro coraggioso tentativo. Quando sentirono le forze mancare, senza una parola abbracciarono i loro cari e tutti stretti insieme attesero la fine.
Ma davanti a quella prova d'amore più forte della morte parve che anche il fuoco fosse preso da rispetto. Il torrente di lava, giunto all'altezza dei quattro infelici, si divise cosicché questi rimasero illesi e poterono mettersi in salvo.
Quando la vita rinacque alle falde dell'Etna, i Catanesi eressero un monumento in onore dei due giovani. Ancor oggi il luogo dove il fatto avvenne conserva il nome di «Campi Pii», per ricordare l'amore filiale di Anfipione e Anapia.
 
JULIA RUNGGALDIER 2000/2001

I rudi pastori sardi -Sardegna

Mario Delitala - Pastore Sardo -
Olio su cartone
 I Romani si erano accampati sulle coste della Sardegna, soprattutto attratti dalle miniere di piombo. Ma i fieri abitanti delle montagne, asserragliati nelle grotte , al riparo nei nuraghi, opposero tenace resistenza.
A quel tempo viveva un giovane chiamato Ostio, ardimentoso e fiero; era il nipote di uno dei pastori più autorevoli. Stanco di questo stato di cose, un giorno Ostio riunì i suoi amici: «Bisogna scacciare i Romani» disse «andiamo noi a combatterli!»
«Andiamo!»
«Ma non diciamo nulla a nessuno» raccomandò Ostio «non ci lascerebbero partire. Questa notte partiamo tutti a cavallo».
Nella notte una trentina di ragazzi partirono in sella ai vigorosi cavallucci sardi. Nessuno, nelle grotte, s'accorse di nulla; tuttavia un pastore che vegliava il suo gregge scorse il drappello già lontano sulla strada, in direzione degli accampati romani, e diede l'allarme.
In un attimo, tutti i pastori furono pronti per l'inseguimento. Ma non c'erano più cavalli e non era possibile raggiungere i ragazzi. Nonostante ciò, lasciando le donne in pianto, gli uomini si misero in cammino, anche se avevano pochissime speranze. «Non siamo più in tempo per salvarli» dicevano «ma li vendicheremo ...»
All'alba, ecco lontano nella valle sollevarsi una nuvola di polvere. Gli uomini si fermarono, pronti all'attacco.
Ma ecco apparire sui loro piccoli cavalli, i fanciulli disarmati, ma incolumi.
Intorno a loro c'era una schiera di legionari romani, dalle insegne lucenti.
Un centurione avanzò verso di loro: «Eccovi i vostri figli. Noi non combattiamo con i fanciulli» disse «ma saremmo ben lieti di essere amici di gente che ha simile gioventù».
Allora, ciò che la forza non aveva potuto ottenere, ottenne la magnanimità: i rudi pastori lasciarono cadere le armi e levarono le braccia per salutare le insegne latine.
 
LUIS SCHENK 2000/2001

 

Le campane-Friuli-Venezia 

Nelle terre friulane, quando rumoreggia il temporale, ogni paese ha le sue usanze per scongiurare i pericoli del maltempo.
Ma il rimedio principale è sempre quello di suonare le campane, per inviare il popolo alla preghiera e supplicare gli spiriti celesti di venire in soccorso dei poveri agricoltori che, perdendo il raccolto , vedrebbero sfumare l' unica loro fonte di ricchezza. A Farra si narra questa antica leggenda.
Una sera il parroco della cittadina passeggiava per i campi, ammirando la bellezza delle messi, quando incontrò uno sconosciuto, al quale vantò i prodotti di quelle terre."Vedete come è bello il raccolto di quest'anno : la benedizione di Dio è scesa su questi campi".
Ma lo straniero rispose beffardamente : "È tutto bello . Ma io ho tanti cavalli che potrei far calpestare in pochi minuti tutta questa campagna e distruggere le ricchezze! A me tutto è possibile".
Chi mai poteva covare in sé tanta malignità, se non il demonio?
Il parroco lo capì benissimo , e gli rispose : "Io ho tanti morsi e tante briglie da poter tenere a freno tutti i tuoi cavalli".
Poi corse in chiesa a pregare e ordinò che appena fosse comparsa la più piccola nube, tutte le campane suonassero a distesa e il loro canto salisse al cielo.
Infatti i cavalli, a cui si riferiva il diavolo, erano chicchi di grandine e le briglie, a cui si riferiva il parroco, erano le preghiere.
Dopo pochi istanti, il cielo si coprì di nuvole, il tuono rumoreggiò e la grandine cominciò a cadere fragorosamente e abbondantemente .
Le campane non smettevano di suonare; tutta la popolazione, accorsa in chiesa, pregava con fervore insieme al suo parroco. Poi, finalmente, il temporale cessò di imperversare.
La grandine era caduta in gran quantità, grossa e pesante; ma si era raccolta tutta nel cortile della canonica, e in tanta abbondanza che il parroco non poté entrare in casa prima che lo sgombrassero.
In compenso le campane erano intatte: le messi, che erano costate tanta fatica ai poveri agricoltori, li avrebbero preservati per tutto l' inverno dalla fame e dalla povertà.
Con le campane e con la preghiera, l' uomo di Dio aveva saputo imbrigliare i cavalli del demonio!
HANNES SENONER 2000/2001

 

L'Arena di Verona-Veneto
 

I Veronesi sono orgogliosi del loro teatro all' aperto, la celebre Arena, e raccontano una leggenda sulla sua costruzione.
A Verona c' era una volta un ricco signore che era stato incarcerato e poi condannato a morte sotto una grave accusa. La sera che precedeva il giorno dell' esecuzione, nella sua cella comparve il diavolo.
«Messere» gli disse lo spirito maligno «io posso salvarti!».
«E come?» chiese il condannato. 
«Da tempo i Veronesi desiderano un grande teatro: offriti di costruirlo e chiedi in cambio la libertà».
«Ma io debbo morire domattina...» replicò il disgraziato. «Nessuno può far sorgere un teatro in una notte».
«Io lo posso fare!» si vantò il principe delle tenebre. «Ma sappi che in cambio voglio la tua anima».
Stretto dal terrore della morte, il condannato accettò il patto. L' accordo non era ancora firmato che la notte si riempì di demoni che lavoravano. Ma il condannato non aveva pace e nel buio della sua cella pregava: «Salva la mia anima, Vergine Santa! Io non sapevo ciò che facevo...».
Lunghe e angosciose passarono le ore della notte. Allo stupendo teatro mancava ormai solo un piccolo pezzo per essere completato. La notte era ancora fonda. Tuttavia, a un tratto le campane cominciarono a suonare le dolci note dell' Angelus: una mano invisibile le aveva messe in moto qualche minuto prima dell' alba.
A quel sacro suono, con un urlo di rabbia e di spavento, i demoni sprofondarono nell'inferno. L' Arena non era compiuta, il demonio aveva perso la sua preda. La sincera preghiera del condannato era arrivata fino alla Vergine Maria che aveva inviato i suoi angeli a suonare le campane anzitempo. Lo stupendo teatro, però, bastò a pagare la libertà del prigioniero.

 Betta, la mula-Lombardia
 

Il paese di Corbetta, a pochi chilometri da Milano, fa derivare scherzosamente il suo nome da un'antica leggenda. Era una sera buia e nebbiosa, una di quelle sere in cui, come si dice in Lombardia, si taglia la nebbia con il coltello.
Un cavaliere, tutto avvolto in un mantello di foggia militare, spingeva la sua mula per una delle vie dei sobborghi, in direzione dell'aperta campagna, incitandola a tenere un buon passo.
A un certo punto il cavaliere allentò le redini, immerso in profondi pensieri, e lasciò che la sua cavalcatura scegliesse la strada. 
«Ormai saremo abbastanza lontani da Milano» pensava. «Betta, la mia mula, è una buona camminatrice. Starò lontano finché ai miei Milanesi non sarà passata la bella idea di volermi eleggere vescovo della loro città. Proprio io, che sono un militare».
Tutta la notte, uomo e cavalcatura viaggiarono di buona lena. Quando infine l'alba spuntò, Ambrogio si guardò intorno, curioso di sapere dove mai fosse giunto dopo tanto trotterellare lungo strade tortuose e sconosciute.
Si accorse allora con spavento che la sua mula aveva girato intorno alla città per tutta la notte, e che quindi si trovavano ancora nei pressi di Milano.
Già la gente usciva dalle case e gli si accalcava intorno.
Subito Ambrogio incitò l'animale a cambiar direzione e, curvandosi sull'arcione, gridò spaventato, usando quel dialetto che ormai gli era diventato familiare: «Cûr Betta! ... Cûr, Betta ». Cioè: « Corri, Betta! ... Corri, Betta! ...». Ma invano. Tutte le campane della città si erano messe a suonare a distesa, come per annunciare alla popolazione che il futuro grande vescovo era fra loro. Ambrogio dovette così cedere alla volontà del popolo e del cielo.
Ma al piccolo paese, da quel giorno, rimase come nome il grido di Ambrogio: «Cûr Betta ... ». Corbetta, appunto.
BARBARA STUFFER 2000/2001

L'orribile mostro-Umbria
 

 Molti secoli fa viveva, presso Terni, un orribile mostro. Nessuno più poteva viaggiare sicuro perché esso aggrediva tutti i viandanti e, talvolta, spinto dalla fame, giungeva fino alle porte della città dove gli abitanti vivevano asserragliati.
Invano il Consiglio degli Anziani aveva chiesto ai più forti guerrieri di combattere il mostro: tutti indistintamente, con varie scuse, avevano rifiutato.
Finalmente si fece avanti un giovane della famiglia dei Cittadini. 
«Io affronterò il drago» dichiarò.
Solo, intrepido, il campione uscì dalla città.
La folla si accalcò sulle mura per seguire ansiosa il combattimento. Nascosto fra le canne, nel cuore della palude, il drago sembrava sonnecchiare. Ma appena il cavaliere si avvicinò, gli balzò contro con un impeto tanto improvviso che il giovane rischiò di essere travolto. Un urlo di raccapriccio e di disperazione si levò dalla folla. Ma il cavaliere non si scompose: balzando agilmente a destra e a sinistra per evitare gli attacchi, roteò fulmineamente la spada e colpì più e più volte il terribile mostro. I colpi di spada sembravano punture di spillo contro la forza brutale di quello. Ma l' imprevisto venne in soccorso del cavaliere.
Le nubi si squarciarono e un raggio di sole colpì la lucida corazza del giovane guerriero: l' armatura rifletté il sole come uno specchio e abbacinò per un momento l' animale. Quell' istante bastò.
Pronto, il giovane si slanciò e trafisse la gola del drago, l' unico suo punto vulnerabile.
Con un urlo selvaggio, il bestione stramazzò al suolo.
Incredula, pazza di gioia, la folla traboccò dalle porte e portò in trionfo il suo liberatore. Terni era finalmente salva.
SARAH SENONER 2000/2001

Il santuario di San Luca-Emilia Romagna
 

Nove secoli fa, Teoche, un povero pellegrino greco, visitò a Costantinopoli (l'odierna Istanbul) la chiesa di Santa Sofia, il celebre tempio cristiano trasformato in moschea. Lì scorse una tavoletta su cui era dipinta l'immagine della vergine.
Stupito, guardò meglio e lesse sullo sfondo scuro: «Opera di San Luca, da collocare nella sua chiesa, sul Colle della Guardia». «Perché allora la lasciano qui? » pensò Teoche. « Bisogna portarla a destinazione! Ci penserò io».
Detto fatto: s'impadronì del quadretto e partì.
A tutti quelli che incontrava chiedeva: «Mi sapreste insegnare la strada per andare al Colle della Guardia?».
Ma tutti guardavano stupiti e scuotevano la testa.
Teoche attraversò la Turchia, la Grecia, l'Armenia, la Persia, l' Arabia... Nessuno ne sapeva nulla.
A un certi momento, disperato, attraversò il mare e sbarcò in Italia.
Risalì tutta la penisola, sempre ripetendo la stessa domanda; ma nessuno sapeva rispondergli.
«Ragazzo» chiese un giorno, senza speranza, a un bambino che passava «sapresti per caso dov'è il Colle della Guardia?». «Ma eccolo lì» rispose stupito il ragazzetto «è alle tue spalle!».
Sul Colle, Teoche trovò un piccolo eremo: i pochi frati accolsero il pellegrino con reverenza e presero dalle sue mani la sacra immagine che riposero nella loro piccola chiesa.
Contento d'aver compiuto il suo voto, Teoche ripartì subito e di lui non si seppe più nulla. Ma si sparse la voce dello strano avvenimento e sempre più numerosi salirono al convento i pellegrini, e la piccola immagine divenne celebre.
Fu così che i Bolognesi eressero sul Colle un grandioso tempio: è il santuario di San Luca, sul Colle della Guardia, a cui si arriva per un porticato che dalla città si snoda per 3 km e mezzo fino alla cima.
ALAN SENONER 2000/2001

Il mulino di ghiaccio-Valle d'Aosta
 

Nelle leggende, che ancora si narrano nei paesi della Valle d'Aosta, il diavolo ha molta parte e i montanari si gloriano parecchio di essere più furbi di lui.
Uno dei più fieri avversari del demonio fu San Martino, che lasciò il suo nome a un paesetto posto all'imbocco della Valle d'Aosta.
C'era una volta, da quelle parti, un villaggio di povera gente che si accontentava di lavorare magri campicelli. Ma un brutto giorno un uragano colpì con violenza e distrusse il mulino del paese. Fu una disgrazia per tutti i poveri valligiani. Subito il diavolo ne costruì uno suo bellissimo, macchinando: «Dovranno venire da me, se vogliono macinare il grano! E io mi impossesserò senza fatica delle loro anime». Ma aveva fatto i conti senza Martino. Il santo, nella notte , ne edificò un altro con il ghiaccio. Alle prime luci del mattino, il mulino brillava come un diamante. Furioso, il diavolo gridò: «Facciamo il cambio: io ti dò il mio e in cambio voglio il tuo».
Lo scambio fu fatto. Venne l'estate: il grano maturo doveva essere macinato. Ma il mulino di ghiaccio si era sciolto. Così tutti andarono al mulino di Martino e il diavolo fu scornato e deluso. A causa dei suoi numerosi viaggi, San Martino finì con l'avere il mantello tutto strappato.
Un giorno arrivò a Issime: era domenica ed entrò in chiesa per pregare. Vedendolo con quel mantellaccio, la gente si scostava. Martino se ne accorse e, per non dar noia ad alcuno, si tolse il mantello e lo appese ... a cavallo di un raggio di sole che, penetrando dalla finestra, attraversava la chiesa.
Quel prodigio indusse i valligiani a guardare Martino con altri occhi e a stringersi a lui, pieni di rispetto e di devozione.
 

La Madonna del Pilone-Piemonte
 

Nell' anno 1644, in una casetta di Torino, viveva una famigliola povera ma felice. Il padre faceva il calzolaio; la madre, Rita Molar, si occupava della casa e della piccola Margherita, l'unica figlioletta.
Un bel giorno d'aprile, madre e figlia si misero lietamente in cammino: bisognava portare il grano al mulino, perché la madia era quasi vuota. Era una festa per la donna e per la bimba quella bella passeggiata, ed era anche l'occasione per far visita alla mugnaia, cara amica di famiglia. Giunta al mulino, la giovane donna depose con un sospiro di sollievo il pesante sacco e abbracciò Giuseppina, l'amica. Il mugnaio frattanto era impegnato a rovesciare il frumento nella tramoggia. 
Mentre la mola girava frantumando il grano, la piccola Margherita correva intorno, osservando ogni cosa con grande interesse. Vide una misteriosa porticina e, non sapendo frenare la sua curiosità, l'aprì di colpo... Ahimè! Sovrastava proprio la ruota del mulino e, trascinata dallo slancio, la bimba volò nel gorgo.
Un urlo spaventoso: già le pale avevano afferrato il corpicino che affiorò due volte dal gorgo e poi scomparve.
Mentre i lavoranti del mulino, con lunghe pertiche, tentavano di ricuperare almeno il corpicino straziato, la madre, trattenuta a stento dagli amici, si lasciò cadere ginocchia davanti a un'immagine della Madonna posta su un pilone presso il torrente. Sapeva di chiedere l'impossibile: pure le parve che la Vergine si muovesse e trasvolasse leggera sulle acque turbinose e spumeggianti del gorgo.
E, mentre dalla folla prorompeva un grido: «Miracolo, miracolo!», si vide la bambina emergere viva dal fiume e tendere le braccia invocando la mamma.
La regina, Maria Cristina di Savoia, volle che attorno al pilone sorgesse una chiesa, a ricordo del prodigio. Ancora oggi la popolazione piemontese chiama il bel santuario: «La Madonna del Pilone».
JULIA RUNGGALDIER 2000/2001

Il povero vecchietto
 

C'era una volta, raccontano gli Abruzzesi, un povero vecchietto che lavorava molto, ma che viveva, con la moglie, nella più squallida miseria.
Un giorno, mentre lavorava sospirando e brontolando, gli si presentò un maestoso signore dalla lunga barba bianca, che gli disse: 
«Voglio aiutarti. Eccoti un bel dono!» e gli consegnò una borsa con cento ducati d'oro. Il contadino, tornato a casa, nascose il gruzzolo in mezzo al letame così, pensò, la sua fortuna era al sicuro.
Il giorno dopo andò a lavorare come sempre; quando tornò a casa, la sera, trovò la tavola insolitamente imbandita. «Come hai fatto?» chiese stupefatto alla moglie.
«Ho venduto il letame!» gridò il marito fuori di sé per la collera. «Hai dato via cento ducati d'oro!».
Il giorno dopo, il vecchio, lavorando nel bosco, piangeva e sospirava più del consueto.
Tornò il buon vecchio: «Ho saputo che cosa ti è successo: eccoti altri cento ducati».
Il vecchio, questa volta, li nascose sotto la cenere senza dire nulla alla sua donna. Ma volle il caso che la moglie vendesse la cenere: «Stavolta non ti do più denaro» disse lo sconosciuto, e gli consegnò un sacchetto contenente uno strano dono: ventiquattro rane.
Il vecchietto le barattò con un gran pesce; la sera, perché stesse fresco, lo appese fuori dalla finestra. S'accorse con stupore che emanava una vivissima luce.
Di notte ci fu burrasca. I pescatori, smarriti nel buio, scorsero la luce del pesce e si orientarono; così furono salvi.
Riconoscenti portarono al vecchio metà del ricavato della loro pesca. Da allora il pesce lucente rimase al suo posto, come un primitivo faro. E il vecchietto, con i doni dei pescatori suoi amici, non seppe più che cosa volesse dire la miseria e la fame.
ALEX SENONER 2000/2001
Dal sito:
http://www.schule.suedtirol.it/ms-st.christina/klassen/leggende/leggita/regioni.htm