Nella cerca della propria identita'

Dal libro:"Il presente dei ricordi"

Autore: Marilena Rodica Chiretu

Pagina musicale.

Romanian Romance on Theremin

Famosi monasteri ortodossi sulla Valle dell'Olt.

Saggio

Il sole splendente ed il cielo sereno mettono in risalto le forme dolci dei colli coperti da vigne e frutteti, tra i quali serpeggia la strada nazionale, Piteşti - Râmnicu-Vâlcea che ci porta verso la Valle dell’Olt (Alutus), una tra le zone più pittoresche del Paese. È una strada buona, ricostruita poco tempo fa dagli italiani, molto conosciuti nel nostro paese come i migliori lavoratori stradali. D’altronde, molti decenni fa, sono stati loro a mettere le basi dell’etnia italiana che si trova nel nostro paese, godendo la simpatia dei romeni. Lavorando in Romania, molti decisero di rimanere qui, affascinati dalle donne romene e dalla generosità della gente. Rinunciando alle bellezze d’Italia, gli etnici italiani vivono felicemente e molti modestamente, nel nome della bellez-za dell’animo, con la nostalgia della patria natale. Vivono anche loro tra due amori.

Passiamo per la città di Râmnicu-Vâlcea, attraversiamo anche la stazione balneo-climatica Căciulata dove si sente l’odore dello zolfo delle numerosissime sorgenti naturali, per fermarci a Cosia, l’ennesima volta. Il monastero di Cosia, che vigila da più di 600 anni la valle dell’Olt, è uno dei più bei monumenti dell’archi-tettura ecclesiastica autoctona. Il monastero è nello stesso tempo, una ricca fonte di documentazione per l’architettura, per la scultura in pietra e in legno e per la pittura del XIV-esimo secolo. Ai poeti e agli scrittori ha offerto dei temi per le loro opere e, lungo la nostra tumultuosa storia, fu un importantissimo punto strategico. È uno fra i più vecchi e complessi monumenti storici e artistici, godendo di un meraviglioso paesaggio circondante. Scendendo le scale del cortile interiore, si può ammirare da vicino l’Olt e le sue onde, che ci fanno pensare all’inevitabile scorrere del tempo. Qui scrisse il famoso poeta Grigore Alexandrescu la sua celebre poesia “L’ombra di Mircea. A Cosia”, in cui glori-ficava il passato, perchè sia un esempio per il suo presente indegno dei tempi gloriosi d’una volta. E mi dico di nuovo: come si ripete la storia!
“Le ombre delle torri sono distese sulle acque,
Verso la riva opposta si prolungano,
E le fiere generazioni spumeggianti delle onde
Colpiscono in cadenza l’antico muro del monastero.”

(Grigore Alexandrescu: “L’ombra di Mircea. A Cosia”)

Il monastero è stato fondato dunque, da Mircea il Vecchio, uno fra i più famosi principi della Valacchia, nel 1386. I vecchi affreschi conservano il ritratto di Mircea il Vecchio come fondatore, vestito in abiti da cavaliere medievale occidentale, chi dedicò questo “caro tesoro” alla Santa Vergine col Bimbo Gesù nelle braccia.
Il voivoda morì il 31 gennaio 1418 ed è stato seppellito nella chiesa del monastero di Cosia, dove è stato portato da Curtea de Argeş, la capitale del suo principato. (Gamaliil Vaida – “Il monastero di Cosia” – ieri e oggi” 1977)
Questo monumento è un vero simbolo della fede e della nostra cultura, conservate con cura dai più remoti tempi, dove possiamo ritrovarci noi stessi e la pace interiore, smarriti sulle strade sinuose di un presente sempre più incerto.

Ritornando a Râmnicu-Vâlcea, continuiamo il nostro cammi-no sulla strada che porta a Târgu-Jiu, nel cuore dell’Oltenia, la Piccola Valacchia come viene chiamata. A pochi chilometri, si trova un’altra conosciuta stazione balneo-climatica, dove si possono curare più malattie, a base dell’acqua solforosa delle sorgenti naturali, trovatesi anche qui. Meno conoscuite sono però, le scoperte archeologiche che attestano la presenza della popolazione daca su queste contrade, la cui vita conobbe proprio un periodo di rifiorimento nel secolo I ante Cristo, specialmente durante i re Burebista e Decebalo. Dopo la conquista della Dacia e, più tardi, dopo l’amministrazione romana nel tempo dell’im-peratore Aureliano (271–275), la popolazione non abbandonò le sue terre, continuando a vivere e a creare proprio. Testimonianze stanno le ceramiche scoperte, appartenendo al periodo dei secoli III - IV, dopo Cristo (da “Storia del monastero Govora” di Gherasim Cristea – Râmnicu-Vâlcea, 1995).

Si dice che dei monasteri fossero stati fondati non solo da voivodi o boiardi, ma, di nascosto, anche da preti anonimi, ritirati lontano dal tumulto del mondo, nella tranquillità dei boschi, sulle rocce delle montagne, per poter pregare meglio per loro e per la gente. Uno di questi potrebbe essere anche il monastero di Govora, perché la data della sua fondazione è ancora incerta, avvolta nel mistero della leggenda.
Il monastero di Govora, come anche la sua chiesa, non sono soltanto dei valorosi monumenti dell’architettura ecclesiastica romena. Qui si conservarono dei tesori d’arte, delle icone vecchie, dei manoscritti ed alcune tra le prime stampe fatte proprio presso il monastero. Questo fu, come gli altri, un vero centro di cultura romena, dove, più tardi, furono stampati i primi libri nella lingua romena. Presso questo monastero, il voivoda Matei Basarab fondò anche una scuola di tipografi, nel 1636, dove si riceveva tanto un’ educazione religiosa, quanto una laica, insegnandosi anche le discipline delle scuole di quel tempo: la matematica, la fisica, la retorica, la grammatica e la logica. A Govora, luogo di preghiera, di meditazione e di cultura, incontri, ad ogni passo, la nostra storia, ma anche la bellezza del paesaggio, con le sue foreste vergini, nei tempi remoti.

Poco conosciuto, ma vero centro spirituale dei secoli passati, il monastero Bistriza-Vâlcea, una “porta dei misteri”, si stende al piè delle montagne, grande, imponente, bianca come un castello medievale. Non lontano, il rivo Bistriza serpeggia fra le pareti dei monti rocciosi, aumentando il fascino ed il mistero del paesaggio.
Si considera che il monastero sia stato fondato nell’anno 1494 dal giovane figlio del bano (governatore) di Craiova, Barbu Craioveanu, il quale, dopo esser stato prigioniero dai turchi, all’età di 18 anni, costruì quest’edificio sacro perchè qui si trovi la pace interiore, lontano dal mondo tumultuoso ed ostile. Anche dall’inizio, diventò un importante centro culturale ed ecclesiastico, grazie anche ad un inestimabile tesoro: le reliquie del Santo Grigorie Decapolitul. Difensore della reli-gione ortodossa, nacque nell’anno 780 in Asia Minore, nella provincia Decapolia, e dedicò, da giovane, l’intera vita a Dio. Morì nel 842, dopo Cristo. Le sue reliquie furono comprate da Barbu Craioveanu con oro dai turchi e, dal 1497 sono state conservate in un reliquario d’argento. Il santo abbandonò questo mondo, dopo aver vissuto isolato in una piccola chiesa costruita in una caverna nei dintorni della località di Bistriza-Vâlcea.
Lungo il tempo, il monastero diventò un importante centro culturale, dove si conservano numerosi oggetti religiosi e mano-scritti con diverse influenze bizantine, italiane, tedesche e russe, che dimostrano le dimensioni della vita spirituale di Bistriza.
Il monastero è anche una testimonianza dell’ingegno artistico romeno, un capolavoro dell’architettura, bella nella sua sem-plicità. Spesse volte rifatto, il monastero è adornato delle pitture di Gheorghe Tătărăscu, realizzate in 1850, quando l’iconostasi di legno di tiglio fu portata da Vienna.
Il vespro risveglia i boschi a ciascuna messa e, a Bistriza, oggi, nasce una nuova comuintà, pronta a far rivivere i tempi quando questo sacro luogo era “la culla della spiritualità ortodossa”. È il nostro dovere di passare per “la porta dei misteri e dell’ umiltà”, perchè, solo così potremmo diventare più puri e più buoni.

 

Finiremo il nostro viaggio immaginario con una sosta al monastero-monumento Hurezi (Huresi), considerato, insieme ai suoi eremi,il più rappresentativo complesso dell’architettura romena realizzato nello stile “brâncovenesc”.
Collocato nel nord della provincia di Vâlcea, sulla strada nazionale Râmnicu-Vâlcea - Târgu-Jiu, ai piè dei monti Căpăţânei, il monastero Hurezi è circontato da boschi e si trova in un posto tranquillo, solitario, la cui quiete è turbata, di notte, solo dal rumore fatto dai “hurezi”, questi uccelli di notte dai quali fu preso, probabilmente anche il nome del monastero. Questo rappresenta il più ampio edificio di architettura medievale conservato in Valacchia. Fu fondato dal principe Constantin Brâncoveanu (1688 - 1714), con il contributo anche di sua moglie, la principessa Maria, che fece costruire anche una chiesa, alzata in 1696, e dipinta dai più valorosi artisti del tempo. Accanto alle pitture religiose, si possono ammirare anche pitture laiche, il principe riprendendo così, la tradizione della pittura militante realizzata durante la signoria dei principi Stefano il Grande, Petru Rareş e Neagoe Basarab.
Grazie alle testimonianze storiche e alle bellezze artistiche,il monastero Hurezi, è in Romania, una tra le più valorose crea-zioni della nostra spiritualità multisecolare. Nicolae Iorga lo chiamò “la continuazione della civiltà romana, i cui eredi in Europa d’Est sono i romeni” perché, alla bellezza dell’archi-tettura e della pittura, armoniosamente integrate nel mite paesag-gio valacco, si aggiunge il valore di un importantissimo centro culturale romeno che, all’inizio de XVIII-esimo secolo, posse-deva una ricca biblioteca umanista, unica in Europa di sud-est.
Il monastero Hurezi dimonstra dunque, l’alto livello di creazione del genio romeno, alla fine del XVII-esimo secolo e all’inizio del secolo XVIII.
Dopo aver conosciuta, superficialmente, la spiritualità eccle-siastica ed artistica della Valacchia dei gloriosi tempi remoti, tramite un viaggio reale e immaginario nello stesso tempo, ci sembra di capire meglio la fierezza con la quale si definiva il grande principe della Valacchia, Mircea il Vecchio:

“Io, fedele a Cristo Dio, adornatore e amante di Cristo unico Signore, Io, Mircea, grande voivoda e principe regnante, per grazia di Dio e investito del suo Spirito, dominando e regnando su tutte le terre di Ungrovalacchia e delle parti oltramontane ed anche su le terre dei tartari, e Duca di Amlaş e di Făgăraş e Signore del Banato di Severino fino al Mar Nero e Signore della città forte di Dîrstor ...”

(dal documento nr. 34, del 1406,
da “Mircea il Vecchio al monastero di Cosia”)

L’amore per il tuo paese, per il tuo popolo e, nello stesso tempo, l’amore per i lontani e i “diversi”, non è affatto “un amore facile”, sennonchè si è persa la propria identità. A volte, può essere proprio un incubo, può generare delle crisi esisten-ziali, perché si vive tra desideri e rinuncie, tra pietà, rimpianto e ammirazione. Da vicino, i propri difetti si vedono meglio, da lontano, i difetti altrui perdono i contorni precisi, attenuati dall’interesse e dall’amore per “i lontani e i diversi”.

il 6 aprile 1998

Marilena Rodica Chiretu

Dal libro:"Il presente dei ricordi"

Pitesti, 1998. , Casa Editrice "Paralela45".