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Il tempo dei papaveri rossi.

 

Romanzo autobiografico.

Pitesti,1999.

Colorful Rose


 

Passi di tango al ritmo di balalaica

 

Neanche la guerra può vincere il vero amore, anzi esso può diventare più forte e si vive più intensamente al pensiero che il domani non venga più. I miei genitori si conobbero e si innamorarono durante la seconda guerra mondiale. Ufficiale nell’esercito romeno, mio padre, uomo forte, di una vivacità e di un ottimismo incredibili, lottò sul fronte, in quegli incerti tempi, talora contro i russi, talora contro i tedeschi, secondo lo richiedeva l’ordine militare. Fortemente provato dal destino, morti da giovani il fratello Giorgio, la sorella Angela, e poi, i genitori, ferito durante la guerra, trovò pure la forza di amare in quegli amari tempi i begli occhi di mia madre, Ecaterina, i suoi bei capelli con sfumature di castagna e la sobrietà della sua delicata personalità. Si sposarono alla fine della guerra e fecero, in campagna, nel bel villaggio di mia madre, nascosto tra colli, frutteti e vigne, delle nozze come nelle fiabe. Adesso, noi siamo rimasti solo con le fiabe, le nozze di una volta hanno perduto il loro autentico carattere tradizionale, ma il villaggio conserva ancora, qualcosa del suo fascino pittoresco, lontano dalle rumorose città.


Dopo tantissimi anni, l’immagine e la nostalgia per il paese natale ritorna ossessivamente nella sua mente confusa e qualche volta a malapena siamo riusciti a fermarla, nel suo illusorio tentativo di ritornare nella terra della sua infanzia.
I primi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale fu un pazzesco miscuglio di bene e di male, di sofferenza, per alcuni, e di gioia, per altri, di capitalismo, che stava per morire, e di comunismo che stava diventando una realtà sempre più presente. I balli sontuosi di una volta non c’erano più, ma la gioia delle feste in compagnia delle belle ed eleganti donne, fino all’alba, non riuscì a spegnerla neanche il rumore degli scarponi militari, né il suono della balalaica, che cominciava a sentirsi sempre di più.


Venne però, l’anno 1948, della nazionalizzazione di tutte le proprietà, la tragedia di numerose famiglie, conclusa, a volte, in suicidi o l’abbandono definitivo del proprio paese. I più forti rimasero però, ad affrontare la nuova realtà, il nuovo regime, sia in carcere, sia in una vita misera o nell’indispensabile compromesso imposto dalla necessità di sopravvivere. In strada si cantavano inni patriottici, in case si ballava ancora al ritmo di tango e, unita dall’amore, dalla gioia di vivere, la gente sapeva ancora divertirsi insieme nonostante le difficoltà. In due, i miei genitori impararono a superare le difficoltà di quei tempi, come anche molte altre famiglie, e una testimonianza del loro coraggio, del loro sacrificio siamo noi, le generazioni di oggi e di ieri che avremmo dovuto affrontare ed edificare con lo stesso coraggio, con la stessa devozione una società degna di un nuovo millennio e di un futuro migliore.


Quando la balalaica cominciò a suonare sempre più forte e la gente capì che doveva ballare secondo il suo straniero ritmo, i passi del tango diventarono sempre più lenti, sempre più rari, sempre più spenti. La gente subiva, man mano, un doloroso mutamento del comportamento normale, si nascondevano, non solo le proprie idee e ideologie, ma anche i sentimenti, l’amore veniva messo anch’esso nelle catene del nuovo regime. Tutti i
sentimenti dovevano essere rivolti al partito e ai suoi dirigenti e questo ci insegnavano dalle prime classi elementari. In chiesa, di Pasqua, andavamo di nascosto e non si doveva sapere a scuola che eravamo andati, perché saremmo stati puniti. Eppure, è difficile tenere il romeno in catene quando si tratta d’amore! Aspettavamo la Pasqua per andarci tutti i colleghi! Il giro della chiesa con i lumi accesi, gli sguardi complici ritrovati tra la luce pallida, aumentava il fascino dell’unica notte dell’anno quando ci era permesso di esserci fuori casa a quella tarda ora. Erano gli anni sessanta quando tutto stava sotto il segno della bandiera rossa, della dittatura del proletariato e della paura, che aveva preso il posto dell’impeto rivoluzionario dei primi anni del dopoguerra.


L’amore verso Dio non era ben definito nelle nostre menti di bambini, oscurate da troppe indicazioni e troppa politica. Ci faceva, però piacere sperare che esistesse e che ci guardasse dall’alto del cielo e, di Natale, aspettavamo il Babbo che era chiamato però, Babbo Gelido, il Babbo Natale venendo da noi solo dopo il 1989.
La gente diventava sempre più riservata, sempre più prudente. Le serate con gli amici venivano sempre di più sostituite da modesti e discreti incontri familiari, dove, a volte, si parlava a voce bassa, ed io non riuscivo a capire il perchè. Completamente isolata dal mondo, la gente voleva però, sapere che cosa si trovava al di là del “muro” che circondava la nostra esistenza e ascoltava, in gran segreto, posti di radio interditti che trasmettevano in romeno. Era la voce della speranza, soffocata dalla paura di essere scoperti che si ascolta. Bambina di 7 - 8 anni, io non riuscivo a capire perché i miei genitori stavano ogni sera con la testa attaccata alla radio. Abitavamo da soli in una casa abbastanza grande e dei vicini nei dintorni non c’erano. Un giorno giunsi, finalmente alla conclusione che le pareti dovessero avere delle orecchie ed è per questo che i miei genitori avevano tanta paura nell’ascoltare quella voce della radio. La paura non riuscì a vincere l’amore, ma neanche gli permise di manifestarsi liberamente, naturalmente. Ritirati nelle loro conchiglie, i più dei genitori si fecero dell’amore verso i figli la motivazione, a volte esagerata, della loro esistenza.
Uomini, donne e bambini abbiamo vissuto un tempo, tutti insieme, nella inconsapevole monotonia di ogni giorno, sopraffatta dalla inevitabile paura di non esserci peggio, aiutandoci reciprocamente per poter andar avanti.


Il ritmo del tango di una volta si è spento, gli accordi della balalaica si sono persi anch’essi, è passato anche l’entusiasmo delle cosiddette canzoni patriottiche ed inni rivoluzionari! Che cosa ci è rimasto mai? Siamo rimasti noi, che dobbiamo ritrovarci e trovare la strada giusta ed i nostri giovani che riuscirono a crearsi la propria musica.

Marilena Rodica Chiretu
Dal libro autobiografico: “Il tempo dei papaveri rossi”-Edizione romeno-italiana, Pitesti-Romania, 1999.