Echi del Rinascimento italiano  nella cultura romena.

Dal libro "Il presente dei ricordi, Pitesti, 1999.

Autor:.Marilena Rodica Chiretu

Saggio.

Pagina musicale.

Autunno di Vivaldi

Siamo fieri della nostra origine latina, anche se alcuni sembrano averla dimenticata o, addirittura, la contestano ingiustamente. I grandi valori e i momenti dell’ antica cultura latina e poi, quelli della cultura italiana, furono per noi, lungo il tempo, come le radici forti di un albero, così forti da mantenerlo in piedi, davanti alle più violenti tempeste. La nobiltà della nostra origine, come posteri di un popolo che diede all’ umanità un’ illustre civiltà, ci ha dato la forza di resistere ed affrontare le vicissitudini del tempo, su questa terra ricca e bella, bramata da tanti. Uno dei momenti più complessi e, nello stesso tempo bello, fervido, umano, fu quello in cui nacque, in terra italiana, come un nuovo e moderno modello della civiltà, il Rinascimento, questo splendido rifiorire della vita artistica, letteraria e scientifica sulla terra.

Nella seconda metà del Cinquecento si manifestarono in Italia un’ attenzione particolare ed un interesse sempre maggiore verso i problemi e le vicende dell’ Oriente europeo e dello spazio balcanico che si materializzarono in un complesso di relazioni, messaggi, corrispondeze e studi vari di argomento storico, politico, militare e geografico, imposte anche dall’ espansione ottomana.
La prodigiosa attività degli Huniadi, fu continuata da un’ alta illustre personalità, Nicolaus Olahus (il Valacco), chi, tramite la sua attività molteplice, contribuì anch’egli allo sviluppo dell’ Umanesimo nei Paesi Romeni.
Fiero della sua origine di romeno nato in una vecchia famiglia di valacchi, fermava sempre con il nome Olahus (il Valacco), affermando, nello stesso tempo, nel suo importante lavoro “Hungaria”, la nostre comune origine latina. Il nome di Olahus si è diffuso tra quelli dei più celebri umanisti europei, portando con sè la nobile origine ed una vasta cultura.
Nel campo artistico, le prime influenze del Rinascimento italiano si fecero sentite nella seconda metà del Quattrocento, in occasione della restaurazione del castello degli Huniadi. All’ inizio, in architettura, predominò l’ influenza toscana e nord-italiana e nel Cinquecento, quella veneziana, perché, i maestri e gli architetti italiani che venivano nei Paesi Romeni, portavano con loro le caratteristiche dell’ architettura specifica della loro regione.
Grazie alla corrente rinnovatrice del Rinascimento diffusa anche in Transilvania si modernizzarono o si trasformarono alcune fortezze, in città come Brasov, Alba-Iulia, Sibiu, Fagaras e Oradea, e si costruirono delle case e dei castelli destinati all’ aristocrazia. Forme e influenze artistiche rinascimentali si osser-vano però, anche ad alcuni monasteri di Moldavia.
Un' influenza rinascimentale italiana si sentì anche nel campo della pittura, specialmente alla fine del Quattrocento e all’ inizio del Cinquecento. Per esempio, il pittore Tommaso da Modena, lavorò alla cattedrale cattolica di Oradea e, tra le pitture murali in stile rinascimentale, conservate in Transilvania, ricordiamo alcune figure di santi della cattedrale romano-cattolica di Alba-Iulia, attribuite ad un maestro italiano, nel periodo 1514-1524.
Anche la vita musicale ebbe un notevole sviluppo, specialmente alla corte di Sigismundo Bàthory, principe della Transilvania, nel palazzo del quale, due stanze erano riservate, ai musicisti, tutti italiani.

Per ricompensare i servizi del musicista Pietro Busto, chi affermava lui stesso: “sono in Transilvania al servizio del prin-cipe una buona quantità di musici italiani”, il principe gli regalò una casa in Alba-Iulia. Nel 1593, il principe mandò un suo rappresentante a Venezia per procurarsi dei libri di musica allo scopo “d’ imparare a suonare ogni sorte di strumenti”. Qui, il rappresentante del principe incontrò l’organista Girolamo Diruta che gli diede lezioni di musica e che dedicò un suo lavoro di quell’anno “al serenissimo principe di Transilvania, il Signore Bàthory”. Questo lavoro compositivo di una grande importanza, fu conosciuto sotto il titolo “di Transilvano”. Ed egli non fu l’unico compositore italiano che dedicò un’ opera al principe transilvano. La stessa cosa fece anche Pier Luigi da Palestrina, in 1584.
Ma, non dimentichiamo la Valacchia e la Moldavia! È vero che il Rinascimento in questi paesi romeni è apparso molto più tardi, essendosi sviluppato specialmente nei secoli XVII e XVIII. Ma, il gusto per il bello si manifestò in forme proprie, autoctone, originali anche nel periodo del Rinascimento euro-peo. In questo senso, ricordiamo i bei monasteri di Moldavia alzati durante la signoria di Stefan cel Mare (Stefano il Grande, 1457-1504) in Moldavia, e di Mircea cel Bătrân (Mircea il Vecchio, 1386-1418) in Valacchia, che erano anche dei veri centri di cultura del tempo, lo spirito religioso lasciando posto, man mano, anche allo spirito laico. Compaiono anche delle personalità con preoccupazioni umaniste come furono i cronisti che, timidamente, ma sicuramente, impressero alla cronaca storica, oltre a un carattere letterario, uno scientifico. Grigore Ureche, Miron Costin, Ion Neculce e Constantin Cantacusino hanno illustrato la cultura del tempo anche in altri suoi campi.

Il maggiore rappresentante dell’ umanesimo romeno rimane però, Dimitrie Cantemir (1673-1723). Come una vera persona-lità del Rinascimento, fu nello stesso tempo, filosofo, storico, geografo, musicologo e compositore. Membro dell’ Accademia di Berlino, fu uno spirito creatore in tutte le sue attività e rimane una tra le maggiori figure della nostra cultura,che diede così il suo contributo al Rinascimento europeo.

Per chi attraversi oggi le tre grandi e vecchie regioni romene, la Valacchia, la Moldavia e la Transilvania, è interessante osservare come le influenze straniere, buone e cattive, cam-biarono, diversamente, lungo i secoli, non solo l’ aspetto delle città, ma anche lo stile di vita, il gusto per il bello e la mentalità della gente. Se, la Valacchia e la Moldavia arretrarono dal punto di vista economico, sociale e culturale, a causa della dura dominazione ottomana, che non portò niente di buono con essa, la Transilvania godette anche dei principi illuminati ed ebbe opportunità per aprire la porta alla grande civiltà europea, anche sotto dominazione straniera. Ma, se questa non ci fosse stata, sicuramente, anche la cultura romena avvrebbe toccato le alte vette della cultura rinascimentale europea. E questo non significa che in Valacchia e in Moldavia, oggi sviluppate econo-micamente, non ci sia stato un movimento culturale, dei grandi letterati ed artisti ed uno stile romeno conservato nell’architettura dei vecchi edifici, delle chiese e dei monasteri. Ciò che si deve sottolineare ancora è che lo sviluppo culturale, determinato anche dai fattori economico-sociali e politici, si realizzò in periodi diversi, con la forte impronta delle differenti dominazioni straniere. Questo non vuol dire che la Transilvania sia un altro paese, così come si scrive in certi libri o appare su certe carte geografiche! La Transilvania è solo un’importante e bella parte dello stesso paese che si chiama Romania, secondo il nome della sua “madre”, Roma!

Ricordiamoci l’ “umanista pontefice” come fu chiamato il celebre umanista Enea Silvio Piccolomini, diventato papa Pio III uomo di vasta cultura, che scrisse nel suo lavoro “Cosmo-graphia”, stampato nel 1501: “Al di sopra del Danubio, si estende la Transilvania, nella quale hanno abitato, in tempi remoti, i Daci, popoli forti e nobili per le molte vittorie contro i Romani; nei nostri tempi, tre sono i popoli che l’abitano: i Teutoni, i Secui e i Romeni che sono di generazione italica”.

L’affermazione di Enea Silvio Piccolomini sulla discendenza romana dei Romeni e sulla derivazione del nome “valacco” da Flaccus, furono più tardi riprese da numerosi geografi e viaggiatori che visitarono il nostro paese e che ne scrissero nel Cinquecento, come anche i primi cronisti romeni che hanno sostenuto l’ idea dell’ origine latina del nostro popolo.

Ed ecco, anche altre preziosissime testimoniaze dei grandi umanisti italiani sulla nostra origine latina e sulla bellezza delle nostre contrade: “Tutto quel paese verso Oriente e di qua dei monti Carpati in forma di corona, circondato da altri gioghi et il quale chiamò Transilvania, delle selve che la cingono, fu anticamente una parte assai segnalata di Dacia. Perciò che, sebbene questa era maggiore, di quel che dentro giro di gionghi, si comprende nondimeno la Transilvania era la più nobile parte, et quella appunto, dove come luogo più sicuro I Re di Dacia havevano la loro Regia et residenza (I. Bascapè - Le relazioni” - Anonima Romana Editoriale, pag. 58-59).

“I Romani, dappoi per mezzo di Traiano imperatore, soggiogarono affatto tutta la Dacia non senza grandi sforzi, così del ponte ch’ egli fece per questo sopra il Danubio presso la terra del Serenio dove anco si veggon reliquie”. (Idem-pag. 67).
“I Geti, che ora chiamiamo Valacchi e che Enea Silvius chiamava così da Flaccus, si estendono da Transilvania a Ponte Euxini, sono apparentati anche a quelli della Moldavia e parlano, come loro, la stessa lingua.” (Antonio Bonfini în “Călători străini” “Viaggiatori stranieri” – Edizione Scientifica, Bucarest, 1971, pag. 8.)

Giovanni Andrea Gromo affermava sulla terra di Transilvania che era: “molto ricca in grani, come anche in miglio, canapa e lino. Il sottosuolo nascondeva ricchi minerali d’oro, argento, ferro e di sale”.
Gromo affermò ancora che “I paesi sono tutti abitati da romeni, e non solo in Banato, ma anche nella Transilvania” (“Calatori straini” - “Viaggiatori stranieri” - vol. II, pag. 318-320, Edizione Scientifica Bucarest, 1971).
Ed è per questo che siamo fieri della nostra origine latina, e, riprendendo le belle parole del poeta romantico Aleardo Aleardi, affermiamo con fierezza:

“.......................... Io son Rumeno
Da la tua stirpe. Da latina gente
Messa a vegliar con l’aquila sull’ Istro
Il torbido Oriente,
Per mille e sette cento anni obliata,
Trassero gli avi miei”.

Da “I sette soldati” di A. Aleardi
articolo pubblicato in “La Panarie”
Nr. 116, marzo 1998; Udine-Italia

Dal libro "Il presente dei ricordi, Pitesti, 1999, Casa Editrice "Paralela 45"

Autor:.

Marilena Rodica Chiretu