Lo specchio di famiglia

 

Si è spenta già la mia nostalgia
nel fuoco infiammato dalla notte,
le lingue vivono nell’ armonia,
la fiamma brucia le mie strade storte.
Si accende già la luce degli occhi
nel verde dei giardini allontanati,
il sogno mi insegna altri giochi
correndo tra gli alberi dei tuoi prati
Mi è rimasto solo un rimpianto,
è la parola morta prima di nutrire
il fuoco che doveva annegare il pianto.
Dammi l’ inizio che faccia la vita fiorire!
 
Da piccola, ammiravo il grande specchio che stava appeso sulla parete del soggiorno della casa della mia infanzia. C’ era tra le poche cose ereditate dalla nonna paterna con le quali i miei genitori erano riusciti a tornare dalla Moldavia di mio padre (storica regione romena, di ieri e di oggi) dopo che si sono spostati, definitivamente, nella Muntenia di mia madre, dove hanno comprato una vecchia casa. Molto più tardi, mi sono accorta quanto importante era quella casa, in un paese in cui non si riconosceva e non si rispettava la proprietà privata, tutto essendo nazionalizzato dallo stato nell’ anno 1948. Un pezzo di vetro con aspirazioni di cristallo stava sulla parete come una finestra aperta verso il passato e un’ altra verso il futuro; c’ era la nostra vita tra due verità, una reale e una immaginaria, la mia, la creatura più sognatrice della famiglia, io stessa essendo un piccolo specchio di vetro con le velleità del cristallo.

Disteso verticalmente, senza cornice, con le estremità ondeggianti, lo specchio mi dava l’ illusione di una sconfinata realtà, mi sembrava un occhio che mi guardasse ogni giorno, uno sguardo che mi studiasse ed al quale io non potevo rispondere. Mi sfidava con la sua grandezza, era appeso troppo sù per la mia piccolezza, e decisi di conquistarlo. Mi arrampicai sul tavolino che stava di sotto e mi rispecchiai molto contenta della mia bravura. Vidi una ragazzina con i capelli e i vestiti puliti, ma disordinati, una bambina giocosa e troppo birichina per pensare al suo aspetto fisico. Quel giorno fu decisivo per me: mi pareva che lo specchio mi rimproverasse il comportamento e l’ aspetto fisico e decisi di correggerli, di cambiarli. Ne diventai più preoccupata e mi trasformai, man mano, in una ragazzina molto civetta. Quando non c’ era nessuna in casa o nella stanza dello specchio, mi arrampicavo, di nascosto, sul tavolino per vedere come sono. In fin dei conti, mi sembrò di essere proprio carina e pensai che avessi dovuto diventare almeno una brava cantante, dato che amavo tanto la musica e cantare.
Lo specchio era il mio amico segreto con il quale mi piaceva confrontarmi solo nei momenti buoni. Venne però, anche un momento bruttissimo, dopo un grave incidente in slitta, quando mi ruppi la testa sbattuta contro un albero di una collina dove mi piaceva giocare durante i begli inverni di una volta, con tanta schiumosa neve che soltanto in marzo cominciava a sciogliersi. Con la testa gonfia ed un occhio ferito, ebbi paura di guardarmi allo specchio e lo abbandonai per un bel po’ di tempo. Dopo qualche mese, ebbi il coraggio di affrontarlo di nuovo e ritrovai una ragazzina più sobria, più zitta ed anche più studiosa. Ne ringraziai allo specchio perché non mi riscoprì brutta, ed esso a me, perché non l’ avevo deluso del tutto. Lo lasciai a vivere l’ esistenza alla sua altezza e ritornai alla piccolezza dei miei specchi personali, modesti come me e come la mia vita stessa, eppure, ne fui ugualmente contenta.

Dopo la confusione della nuova vita cominciatasi negli anni ’90, che portarono anche la tragica morte di mia madre e di mio cognato, il marito della mia unica sorella, a soli 43 anni, abbiamo deciso di vendere la casa con la maggior parte dei vecchi mobili e delle cose, tra le quali anche lo specchio. Non c’ era sufficiente posto nei nostri modesti condomini per un passato così pesante ed un futuro così incerto. Credevamo che potessimo sbarazzarci, in questo modo, delle cose sofferte, ma la luce dello specchio continuò a brillare ed a seguirci anche dopo la sua scomparsa materiale. E’ rimasto il suo spirito, i suoi occhi che intrecciavano gli sguardi del passato con quelli del futuro; adesso, ho nostalgia di quello specchio, mi manca come il sorriso della mia infanzia che, sicuramente, l’ ha conservato, anche tra i forestieri che lo comprarono.

Mi guardo nel mio rotondo specchio e mi sembra di vedere il rotondo della vita che gira intorno a noi come una palla di fuoco, un fuoco argenteo come la superficie del vetro che sogna diventare un giorno, un cristallo eterno. Non vedo molte rughe sul mio viso, ma sorgono molti sentieri del passato e del futuro che aspettano diffondere gli stessi riflessi: della realtà che sogna la fiaba dell’ illusione.

Marilena Rodica Chiretu
13 gennaio 2007

Marilena Rodica Chiretu
13 gennaio 2007