Uomini e uccellimondi paralleli.
 


Pagina muzicala/musicale.

 

Un tempo, quando la vita fu più dura con me, scoprì l'esistenza di un altro mondo il quale mai avrei pensato di studiarlo e condividerlo con tanta attenzione, cura ed affezione: il mondo degli uccellini esotici.

Comprati, come fanno tante persone, per rallegrare un po’ la casa, i piccoli uccelli esotici mi svelarono un mondo fantastico. Belli, teneri, allegri, essi nascondono un universo di misteri che sfuggono all’uomo moderno, nella sua consapevole o inconsapevole indifferenza a causa dell’impegnata vita quotidianaVivono in un mondo parallelo che, sorprendentemente, somiglia a quello dell’uomo, ci guardano con gli occhi allegri o tristi, alcuni forse anche ci “giudicano”, ma noi passiamo indifferenti, come se non esistessero, ché per “ornare” la nostra vita.

Ogni giorno, guardavo a lungo la bella coppia di pappagallini azzurri nella loro gabbia, messa vicino a me. Provavo a guardare al di là delle griglie che facevano sentirmi colpevole verso queste tenere creature. Nei raggi della luce che venivano per la finestra, le loro piume brillavano in sfumature che cambiavano, a volte, il colore, rallegrandomi l’occhio. Cominciai a studiarli con più attenzione e mi accorsi con stupore che sentivano quando stavo bene e quando no. Come una vera coppia di innamorati, per quasi tutto il giorno cinguettavano, talvolta litigavano, facendo proprio rumore, ma quando me ne addormentavo, sorprendentemente, rispettavano il silenzio di cui avevo bisogno, stando tranquilli per ore. Commossa, mi affezionai davvero ad essi e continuai a studiare il loro comportamento, lungo il giorno. Ciascuna mattina, mangiavano quasi alla stessa ora e poi “si facevano belli”. Il più civettuolo era il pappagallo-maschio, che era molto affezionato alla sua femmina, molto più capricciosa e, a volte, proprio cattiva. Nonostante la fantastica generosità e la devozione del maschio, la femmina lo respingeva, benché lui continuasse  a darle da mangiare del poco che si affrettava a beccare. Separarli era pure, impossibile e non per caso vengono chiamati “gli inseparabili”.
Un giorno, la femmina si ammalò e morì e la disperazione del maschio fu così grande, in quanto lo lasciai libero per la casa. Cominciò però, a volare agitato per tutte le stanze chiamando con il suo disperato grido la sua femmina. Ad un tratto, il pappagallo-maschio si vide in uno specchio e credde di essere lei, di averla trovata. Volle darle da mangiare, come di solito, e si accorse così, che non c’era nessuna.Triste, rimase sul comodino, con la testa nascosta tra le piume, segno di malattia o di sofferenza tra gli uccelli.
Così siamo anche noi, pensai ad un tratto, noi le persone sposate; viviamo in coppia, ci amiamo e, a volte, litighiamo, tra le “griglie” della nostra casa e della nostra esistenza, ma, i più di noi, non vogliamo separarci dalla persona cara, preferiamo la vita in “grabbia”, più sicura, più dolce, perché, in due, tutto sembra più facile, perché, ecco, la natura ci insegna che anche la
solitudine può essere una vera malattia.


Comprai un’altra femmina per il mio pappagallo e pensai che ne sarà subito contento, ma non fu proprio così. La femmina era moltro triste, si leggeva questo nei suoi occhi neri, rifiutava proprio a mangiare e protestava forse, perché fu separata dai suoi numerosi compagni. Il maschio la guardava a lungo, sempre triste e appena dopo un mese fecero amicizia e proprio “si innamorarono”. Adesso è impossibile separarli ed e così interessante seguire il loro volo sempre in due, “franto” solo dai limiti di una stanza. Molto gelosi, cominciano a pizzicarsi, se si prova a coccolare uno più dell’altro. Ingiustamente da alcuni beffati e da altri sfruttati, questi uccelli sono di un’incredibile intelligenza, istintivamente manifestata secondo uni, misteriosamente, secondo gli altri. Quando arrivavamo a casa, saltavano allegri nella gabbia e ci aspettavano vicino alla porta, perché sapevano che, quasi sempre, li lasciavamo liberi per la casa a fare un giretto. Poi, si ssedevano sulle mie spalle o su quelle di mia figlia, perchè sapevano già, che noi li curavamo di più. Affascinate, dimenticavamo, per un attimo, il mondo di fuori e ci sentivamo come nelle favole. In fin dei conti, si sedettero sulla loro gabbia, giocavano un po’ e poi restavano tranquilli. Li mettevo dentro e loro erano contenti, come due sposi ritornati dalla loro consueta passeggiata.
Solo ben curati e amati però, i pappagalli possono avere un tale comportamento. Come le persone sopraffatte dalla povertà, dalla sofferenza e dalle difficoltà, gli uccelli trascurati, sofferti rimangono ad un comportamento primitivo, istintivo e non possono offrirci niente della loro misteriosa bellezza interiore, perchè la mancanza dell’affetto li fa vedere meglio le griglie della loro gabbia.
Amati ed educati, essi ci fanno pensare ad una famiglia normale, di gente che si rispetta. Vedendoli così attaccati uno ad altro, si pensa, senzo volerne, al matrimonio che duri a lungo ed il quale non potrebbe resistere senza un forte sentimento d’amore, di devozione reciproca, al quale si aggiunge un necessario compromesso da parte di tutti e due. La vita in due è una perpetua ricerca, una grande prova di pazienza, una rinuncia nella generosità verso l’altro col quale si forma quell’insieme di Platone. Ecco perché il cinguettio dei pappagalli è pure allegro e il loro volo è franto davvero, solo dalla solitudine della gabbia o dall’affollamento di una gabbia troppo stretta.
Marilena Rodica Chiretu


Uomini e uccelli-mondi paralleli.
Il canarino bianco e le zebe australiane- racconto.

L’autunno passò, l’inverno stava per finire e, una domenica, me ne andai al mercato per comprare cibo per i due “azzurrini”, come ci piaceva chiamarli. Al reparto degli uccellini, dove mi fermavo spesso, vidi ad un tratto, un povero canarino, rattrappito dal freddo, sporco e senza coda. Era bianco, come non sono di solito i canarini, dagli occhi neri, molto tristi. Provai subito, una grande pietà per lui e lo comprai immediatamente, pensando, nello stesso tempo, quanto spietata può essere la gente che tiene in freddo le povere creature, abituate col calore dei loro paesi originari, e tutto questo solo per fare più denari!

Comprai una gabbia anche per lui, lo curai e lo nutrii affettuosamente e, in primavera, diventò proprio bello, come un fiocco di neve, venuto, magicamente, dai paesi caldi. Ci incantava col suo ineguagliabile canto, lo coccolavamo, ma lui rimaneva “freddo”, come il fiocco di neve al quale somigliava tanto. Quasi insensibile all’affezione che noi gli dimostravamo, cantava e mangiava per tutto il giorno, facendo grande sporcizia e disordine nella gabbia. Quando tutta la natura si risveglia ad una nuova vita primaverile, gli uccellini vivono, anch’essi più intensamente, sentono l’arrivo del calore, che penetra miste-riosamente, anche nel loro piccolo animo e nel loro sangue. Così che, quando gli alberi erano già in fiore, nel profumo di primavera, il nostro canarino diventava sempre più inquieto, il suo canto acquistando qualcosa della tristezza della solitudine. Allora, abbiamo deciso di portargli una femmina e abbiamo comprato una bellissima canarina, color arancia. Molto agile, nei suoi movimenti veloci, ma graziosi, essa guardò in fretta il canarino e poi scese a mangiare. Il canarino si manifestò subito la gioia di vederla, di averla nella gabbia accanto a lui, e si affrettò a cantare. La canarina però, non lo piacque, non era bello come lei, era, in più, bianco, come i canarini non sono ché raramente, a causa della luce e del calore insufficenti. Mentre si diresse verso lei a cantarle, questa lo respinse con durezza, lo pizzicò proprio, e da quel giorno, il nostro canarino non cantò più ché raramente, consolandose con il cibo al quale, golo-samente, non aveva mai rinunciato. Diventò invece, più ordinato, non faceva più così sporcizia nella gabbia, segno che anche gli uccelli possono “imparare” ad avere “buon senso”, nella compagnia di altri esseri. Stavano insieme, eppure vive-vano separatamente, nella freddezza della loro esistenza. Non fecero mai amicizia, nonostante che il canarino ne abbia ancora tentato, ma senza avere però successo.

Guardandoli, pensavo quanto somigliano a molti di noi! Lui aveva l’orgoglio smisurato e la disordine dell’artista, la freddezza dell’uomo interessato solo alla sua carriera, più istintivi e meno sentimentali. Coscienti del loro ingegno, delle loro capacità intellettuali ostentate vistosamente, nel loro egoismo, non riescono davvero comunicare con gli altri, perché amano troppo loro stessi. Lei, orgoliosa della sua fallace bellez-za raffigura la superficialità della donna, incapace di apprezzare i veri valori, fiera di se stessa, la donna che chiede più di quanto può offrire all’altro, accanto al quale rimane per mani-festarsi solo istintivamente.

Molto geloso il pappagallo-maschio pizzicava il canarino, quando aveva l’occasione e, una volta lo ferì proprio. Ed ecco come, nel fantastico mondo degli uccelli, le cose succedono come nella vita umana!
Le passeggiate domenicali per il mercato erano diventate sempre più spesse, per ammirare gli uccelli esotici, così chè, in fin dei conti, non resistei alla tentazione di comprare altri due meravigliosi uccellini, non visti fino allora, le zebre australiane. Piccolissime, di una vivacità incredibile, ne comprai una coppia. Il maschio era bellissimo, a vari colori e modelli, distribuiti però, simetricamente, in una stupenda combinazione di marrone acceso, grigio, bianco e nero. La femmina, generalmente sem-plice, era anch’essa bellissima, color isabel, che metteva di più in evidenza i suoi occhi neri e vivaci.

Così che, apparse in casa, la terza gabbia che dovetti attrezzare specialmente, dato il comportamento diverso di questi minuti uccellini. Essi pure, somigliavano di più alle famiglie umane, alla gente semplice, che vive nella routine di ogni giorno, secondo un vero rituale, meno sentimentalmente e più istintivamente. Sarebbe, pensavo io, la famiglia con molti figli e con la concezione imperturbabile della necessità di mangiare, lavorare, fare dei figli, senza accorgersi dell’inevitable noia delle cose ripetute istintivamente, ogni giorno.

Comprai loro un cestino nel quale subito si fecero, da soli, un nido, intrecciando ingegnosamente, i fili d’erba o dei fiori che io mettevo in gabbia. Guardavo, a lungo, come lavoravano per farsi “una casa”. Ma, come nella nostra vita umana, era il maschio quello che lavorava di più, mentre la femmina si lasciava “viziata”, istintivamente, ogni mattina.
Presto, apparsero anche le prime uova, minuscole, bianche, come delle perle, come mai avevo visto. Nonostante che nell’infanzia abbia avuto l’abitudine di arrampicarmi sugli alberi, non avevo visto mai, da vicino, un nido e dei pulcini uscendo dalle uova, così che, decisi di non perdere quest’occa-sione, forse unica, e rinunciai a partire per le ferie, facendo solo dei brevi viaggi nei dintorni della città.

Ebbi, così, l’occasione di studiare con quanta cura il maschio si occupava della femmina-chioccia, mentre covava, cercando di farle il nido quanto più bello, mettendole delle paglie anche sopra la testa e portandole da mangiare dei pezzetti di pane che io lasciavo giù, in gabbia. Forse, guardandolo, alcuni uomini avreb-bero da imparare da questa minuscola creatura! Anche in questo misterioso mondo, la femmina rimane una capricciosa, che si lascia “amata”, e si vuole coccolata.
Quando uscirono i pulcini, per noi fu una vera festa! Erano così piccoli e, dei quattro, vissero soltanto due: una femmina e un maschio. Fu sempre “il padre” a nutrirli e allevarli, lavo-rando, incessantemente, mentre “la madre”, si sentiva “fiera” di avergli dato dei “figli”, così che si permetteva di “farsi bella” e negligere, a volte, “i figli”.
Crebbero anche i pulcini, diventarono giorno per giorno, sempre più belli ed era un vero divertimento guardarli come si bagnavano, nei giorni calorosi dell’estate che già era arrivata. Quando erano piccoli, stavano nello stesso nido con “i genitori” ed era incantevole vederli insieme quando andavano a dormire, come una vera famiglia unita, uno attaccato, strettamente all’altro!

Quando diventarono grandi, si separarono e dovetti mettere un cestino anche per i due pulcini, perché non volevano più dormire con “i genitori”. Mai confondevano i nidi e andavano a dormire, a due, a due, piccoli e belli, perduti tra le paglie dei nidi. Un’immagine incantevole che io mai dimenticherò, sorpresa “dal libro della natura”! C’erano in gabbia, ma senza che si avessero perduto la propria identità, nessuna della tre “coppie”.
La storia finì, come tutto finisce in questo mondo! Il canarino si ammalò e un pulcino delle zebre australiane, una notte, lo trovai morto. La scuola era già cominciata, e correndo tra la casa, il lavoro e il dovere di curare a continuazione mia figlia, non riuscii più a curare bene gli otto uccellini che già avevo. Vedendo quella piccolissima e bellissima creatura che ci aveva portato tanta allegria, morta, ne soffrì più di quanto mi credevo capace. Mi scoprivo in un’ipostasi sconociuta fin allora. Che misteri e che energie nascondono mai queste creature, uccelli o animali, che vivono intorno a noi, ci affascinano, man mano, e poi ci fanno i loro “prigionieri”?

Persone mature, ci troviamo, ad un tratto, dei veri bambini, acquistiamo un altro volto, più umano, più vicino alla natura. Delle creature che non parlano, ma solo ci guardano e ci incantano con il foro fascino e la loro innocenza, scatenano in noi dei sentimenti e dei sensi mai pensati.
E noi, spietati, li facciamo i nostri prigionieri e i più di noi, li trattiamo come degli oggetti destinati a divertirci.
Le ali aperti in un vantaglio di colori splendenti, ci dicono che gli uccelli non dovrebbero stare in gabbia. Eppure, nati in cattività, sono incapaci di vivere, liberamente, nella natura, che ha, anch’essa la dura legge della selezione naturale. È meglio dunque, amarli e farli vivere presso di noi, affinché non sentano più duramente “le griglie” della loro esistenza. Gli uccelli in gabbia sono come molti di noi: incapaci e deboli di fronte ad una nuova realtà, più libera, proprio perché siamo nati in “cattività” e non tutti possiamo acquistare la forza degli esseri che nacquero e crebbero nella libertà del loro destino più fortunato. Per questi, rimane pure, la retorica domanda: è bene avere intorno a noi degli esseri fragili, deboli, belli che ci facciano più sensibili, più umani, o sarebbe meglio ignorarli per non vederci il proprio volto nello specchio della vita ??
Io però, rimasta solamente nella compagnia degli azzurri
pappagalli, a volte, ho nostalgia pure, del canto del bianco canarino, come ho nostalgia del bianco dell’inverno nei calorosi giorni d’estate! Ho nostalgia anche della vivacità affascinante delle piccole zebre australiane, incantevoli e calde nella loro semplicità, come un giorno sereno d’estate!
il 24 novembre 1998
Dal libro " Il presente dei ricordi- Uomini e uccelli-mondi paralleli" -